Siesta
- 2 giorni fa
- Tempo di lettura: 4 min
1987, 97min.
di Mary Lambert
con Ellen Barkin, Gabriel Byrne, Isabella Rossellini, Jodie Foster
Recensione di Simone Giuffrida
Spoilerometro:

Nel panorama del cinema visionario degli anni ’80, Siesta, diretto da Mary Lambert, si staglia come un’opera audace e disturbante, figlia di un’estetica decadente e onirica che rielabora suggestioni letterarie, musicali e visive in un'esperienza cinematografica straniante. Tratto dal romanzo omonimo di Patrice Chaplin (1976), il film si propone come un thriller psicologico carico di suggestioni oniriche e tensione erotica, ma finisce per perdersi in un confuso pastiche visivo e narrativo che colloca lo spettatore in un labirinto emotivo dominato da tensione e simbolismo eccessivi.
Ambientato in una Spagna afosa e spettrale, il film segue la parabola allucinata di Claire (E. Barkin), una giovane artista americana che si risveglia su una pista d’atterraggio deserta, ferita e confusa. Non ricorda nulla: né come ci sia arrivata, né chi sia davvero. Man mano che si avventura tra le strade di un paese straniero che sembra uscito da un sogno surrealista, flashback e visioni ricostruiscono frammenti della sua vita, dominata da una passione incandescente per Augustine (G. Byrne), illusionista magnetico e crudele. La narrazione procede come una spirale ipnotica ma al contempo caotica: ogni incontro che Claire fa – con personaggi ambigui, sensuali, predatori o protettivi (tra cui spiccano le interpretazioni di Julian Sands, Isabella Rossellini, Jodie Foster e Martin Sheen) – rappresenta un tassello che lentamente ricompone un mosaico tragico, culminando in una rivelazione finale che rilegge tutto il film sotto la luce della morte.

La "siesta" del titolo diventa così metafora di uno stato di transizione: Claire si trova sospesa tra la vita e l’aldilà, in una lunga e torbida meditazione sulla colpa, il desiderio e l’inevitabilità della fine. Un elemento cruciale che amplifica la carica emotiva e simbolica del film è la sua colonna sonora, firmata da due maestri del jazz contemporaneo: Miles Davis e Marcus Miller. È difficile immaginare un sottofondo più adatto a un film così sospeso, liquido e perturbante. Davis, già autore della storica colonna sonora di Ascensore per il patibolo (1958), torna qui a lavorare su materiali visivi con un approccio altrettanto improvvisativo e atmosferico. La sua tromba rarefatta, a tratti lancinante, funge da guida spirituale lungo il percorso frammentato della protagonista. Marcus Miller, polistrumentista e produttore dalla sensibilità raffinata, contribuisce con linee di basso sinuose, ritmi sincopati e tappeti sonori che oscillano tra il jazz-funk e il minimalismo ambient. La musica non accompagna semplicemente le immagini: le commenta, le stravolge, le sospinge verso una dimensione altra, quasi metafisica. Le improvvisazioni creano uno spazio sonoro dove tempo e memoria si confondono, amplificando la sensazione di un mondo al margine, dove tutto è possibile e niente è certo.

Siesta è un film divisivo, e non potrebbe essere altrimenti. Alcuni lo hanno accusato di essere pretenzioso, incoerente, più attento alla forma che alla sostanza. E in parte è vero: la narrazione procede per accumulo e suggestione, spesso sacrificando la chiarezza espositiva in favore di un’estetica volutamente caotica, viscerale, persino barocca. Ma è proprio in questa sua natura frammentaria e disturbante che risiede il fascino dell’opera. Mary Lambert – nota fino a quel momento soprattutto per il suo lavoro nei videoclip musicali (per Madonna, Janet Jackson, Eurythmics) – si dimostra regista capace di manipolare immagini e suoni con uno stile personale, a tratti vicino al David Lynch di Blue Velvet o al Nicolas Roeg di Don’t Look Now, dando però luogo ad un'estetica visiva troppo stilizzata e fine a ste stessa. La sua Claire è una moderna Euridice che cerca di tornare alla luce, ma resta prigioniera dell’ombra, intrappolata in un purgatorio sensuale e tragico. Anche il cast, nonostante i nomi di rilievo, appare sprecato.
Il film non offre risposte, ma evoca domande. Che cos’è la memoria? Fino a che punto possiamo fidarci del nostro corpo, dei nostri desideri, del nostro passato? Siesta non vuole piacere: vuole turbare. Ed è proprio questo il suo più grande merito.

Il romanzo di Patrice Chaplin – nuora del grande Charlie e figura eccentrica della cultura beat europea – è un racconto introspettivo e visionario, intriso di simbolismo, in cui l’elemento autobiografico si mescola con la fiction e in cui è possibile percepire una sensibilità febbrile, nutrita di esperienze personali e inquietudini esistenziali. Mary Lambert, con l’aiuto dello sceneggiatore Patricia Louisianna Knop (già co-autrice di 9 settimane e ½), trasforma questa materia letteraria in una narrazione più carnale e visiva, mantenendo però intatta la natura allucinata del racconto originale. La trasposizione è fedele nello spirito più che nella lettera, ma riesce a trasmettere l’essenza della visione di Chaplin: il confine labile tra amore e ossessione, tra morte e desiderio, tra ciò che siamo e ciò che temiamo di diventare.
Caratterizzato dalle classiche riprese dei b-movie americani del tempo questo film richiede abbandono, disponibilità all’ambiguità e una certa tolleranza sia al disorientamento narrativo che alla visione integrale. Per chi accetta la sfida, rappresenta un’esperienza cinematografica particolare: da spirituale a sconcertante, forse un'occasione mancata. In un’epoca di cinema sempre più omologato, Siesta continua a parlare con voce propria, disturbata e poetica, come un sogno febbrile da cui è difficile svegliarsi.
Voto 2/5







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