Eddington
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2025, 145 min.
di Ari Aster
con Joaquin Phoenix, Pedro Pascal, Emma Stone, Austin Butler
Recensione di Francesco Mosca
Spoilerometro:

Eddington, quarto lungometraggio di Ari Aster segna un punto di svolta nella filmografia del regista. L’autore, nei suoi film precedenti, ha costruito la propria identità sull’orrore psicologico e sulle dinamiche familiari patologiche. Qui, invece, decide di spostare lo sguardo verso un’intera comunità, trasformando una cittadina del New Mexico in un laboratorio di tensioni sociali, politiche e morali. Ambientato nel maggio 2020, nel pieno della pandemia e delle proteste che hanno attraversato gli Stati Uniti (a causa dell’omicidio di George Floyd e del movimento Black lives matters), il film utilizza il contesto reale come detonatore narrativo, ma non si limita a ricostruire un periodo storico: lo distorce, lo esaspera, lo trasforma in una parabola grottesca sul collasso dell’autorità e sulla fragilità delle strutture sociali. Aster incanala la sua cifra stilistica, fatta di ansia crescente, costruzione minuziosa del dettaglio e violenza improvvisa, in un registro più satirico e corrosivo, a tratti persino comico e grottesco, senza perdere mai la sua inquietudine di fondo.

Il cuore del racconto è il conflitto tra lo sceriffo e il sindaco, due figure che incarnano due modi opposti e ugualmente fallimentari di esercitare il potere. Lo sceriffo è un uomo debole e logorato, incapace di gestire la pressione, mentre il sindaco è un politico opportunista, più interessato alla propria immagine che al benessere della comunità. La loro rivalità diventa il motore di un’escalation che coinvolge l’intera cittadina, trasformando ogni decisione amministrativa in un atto di guerra. Aster utilizza questo scontro per riflettere sulla crisi dell’autorità contemporanea: nessuno dei due personaggi rappresenta un vero ordine, nessuno è in grado di contenere il caos, anzi entrambi ne diventano in qualche modo agenti. Il potere, in Eddington, è una maschera che si sgretola davanti alle debolezze e alle fragilità umane.
La cittadina stessa diventa un personaggio: un luogo polveroso, sospeso tra frontiera e modernità, dove la pandemia amplifica tensioni personali che, in modo naturale, si allargano all’intera comunità. Il confine con la “nazione indiana” pone l’accento del discorso sul territorio visto come spazio di conflitto culturale e politico, mentre la gestione del virus, delle proteste e della paura collettiva crea un clima di ansia e paranoia sistemica. Il regista non racconta la paranoia individuale, come in Hereditary o Beau ha paura, ma la amplifica a macchia d’olio, rendendola collettiva: un contagio emotivo che si diffonde più rapidamente del virus stesso. Ogni personaggio è la scheggia impazzita di un sistema in crisi, e le interazioni generano un caos che sembra sempre sul punto di esplodere man mano che la trama si sviluppa.

Il film ammicca in modo evidente al cinema dei fratelli Coen, soprattutto a pellicole come Fargo e Non è un paese per vecchi. Come i Coen, Aster utilizza il crimine, l’assurdo e il grottesco per parlare dell’America profonda, ma lo fa con un’intensità emotiva diversa. I Coen mantengono un distacco ironico, una sorta di sorriso amaro sulla stupidità umana; Aster, invece, affonda nella nevrosi, nella tensione e nella claustrofobia. Il risultato è un film che sembra muoversi sul filo tra commedia nera e tragedia psicologica, senza mai pendere veramente da nessuna delle due parti.
Allo stesso modo, Eddington dialoga con il neo-western contemporaneo, da Hell or High Water a Wind River con cui condivide l’ambientazione rurale, la riflessione sulla marginalità e la rappresentazione di un’America al margine, lontana dai centri di potere. Aster non si limita a utilizzare il western come cornice ma lo contamina con la sua sensibilità horror e con una satira politica e sociale feroce. Il risultato è un ibrido unico, in cui la frontiera non è più il luogo del mito tanto caro agli americani, ma quello della disgregazione e dell’emarginazione sociale delle piccole comunità.

La regia di Aster è precisa, controllata, quasi geometrica. La fotografia restituisce l’immagine di un New Mexico polveroso e bruciato dal sole, dove la luce è abbagliante e sembra sempre sul punto di esplodere. Il cast, che vede tra gli altri un Joaquin Phoenix magistrale, offre interpretazioni che oscillano tra il drammatico e il grottesco, contribuendo a creare un tono instabile e inquieto, perfettamente coerente con l’atmosfera del film. La musica alterna minimalismo ansiogeno e improvvisi picchi dissonanti, sottolineando la natura imprevedibile della storia.
Eddington dunque segna la maturità definitiva di Ari Aster come autore, capace anche di uscire dai confini dell’horror e di abbracciare un cinema più ampio, politico e satirico. È un’opera che parla del nostro tempo con una feroce lucidità, senza rinunciare alla sua identità disturbante. È un film che osserva la società americana, e per estensione, quella occidentale come un organismo malato e incapace di guarire. Non offre soluzioni e non propone redenzioni: mostra il caos, lo analizza, lo racconta.
Voto 4/5





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