Die My Love
- 5 mar
- Tempo di lettura: 3 min
2025, 119min
di Lynne Ramsay
con Jennifer Lawrence, Robert Pattinson, Sissy Spacek
Recensione di Arianna Alessia Armao
Spoilerometro:

Cominciare questa recensione è difficile. Nonostante le sciabordanti critiche, interviste, risorse disponibili online, ci si può trovare di fronte lo stesso inquietante silenzio che affronta Grace, la non-più-scrittrice protagonista di questa ricostruzione. E quindi, partiamo dall’inizio.

Genesi del film: Mátate, amor è un romanzo del 2012 di Ariana Harwicz. Un flusso di coscienza dominato dalla violenza della malattia mentale, della condizione femminile e della maternità in particolare. Lynne Ramsay, che si è debitamente confrontata con Harwicz, non è nuova ai temi della genitorialità, dell’incuria, dell’abbandono, e più in generale ai film di denuncia (abbiamo recensito Ratcatcher qualche tempo fa [1]). Si misura, dunque, con questo testo complicato, e tenta di ribaltarne il lessico: per raccontarci Grace annulla quasi del tutto la parola, restituendoci un’evocazione fatta per lo più di suoni, sguardi, corpi e atmosfere, tutte ottimamente abitate e interpretate.

Chi conosce da vicino la malattia mentale, e in particolare certe forme di psicosi, non fa troppa fatica a ritrovarsi in questa narrazione. La solitudine, la dissociazione, l’ossessione, l’emarginazione e, soprattutto, la rabbia ingestibile che ne deriva, destinata a esondare. Al di là delle inesattezze o nebulosità mediche, a dominare questo tipo di esperienze è una pericolosa incomunicabilità. La stessa che può rendere il film a tratti esasperato, perfino macchiettistico, specie se non si ha nessuna prossimità con vissuti simili.

Di maternità si parla fin troppo, come dichiara Grace, eppure lo facciamo in modo estremamente superficiale. Non si tratta di impazzire giusto un po’, in particolare se insorgono depressione e psicosi post-partum. Se nella famiglia ci si annienta del tutto, come la paziente suocera di Grace, che smarrisce la propria identità insieme a quella del defunto marito. In questo senso, Die My Love va intenzionalmente al di là della psicosi post-partum e delle sue degenerazioni: ci porta nell’allucinazione collettiva della famiglia mononucleare “tradizionale”, con il lavoro di cura delegato alle portatrici di utero, frantumate dal distorto essenzialismo che vuole le “femmine” come naturali depositarie della genitorialità. Sebbene nessuna delle persone che circondano Grace abbia una colpa effettiva, ci si accorge che minimizzare una tale sofferenza non può che innescare detonazioni sempre più gravi.

La malattia mentale esiste, e Die My Love la porta sullo schermo, con tutti i dovuti limiti. Assistiamo ad un film sensoriale, prima ancora che logico. Un grido di aiuto, una rivendicazione. Al di là delle obiettive recensioni, quello che il film coglie è che la psicosi è, a tutti gli effetti, un discorso sociale e politico. Nella sua genesi e origine, nella sua interpretazione, così come nell’assenza di vere cure, soluzioni e reti di sostegno. Non è un disagio privato e occasionale, come ci piace credere. Permettiamoci allora di rompere questo tabù, ci piaccia o meno [2].
[1] Potete leggere la recensione qui: https://www.traumfabrikblog.com/post/ratcatcher
[2] Per chi volesse approfondire maternità, salute mentale e temi affini, consigliamo Witches, di Elizabeth Sankey (breve commento uscito per Schermi qui: https://www.schermimagazine.com/blog-detail/post/212158/witches-di-elizabeth-sankey). E poi ci sono le molte voci della letteratura, tra cui nominiamo Shila Heti (Maternità), Jazmina Barrera (Linea nigra), Sylvia Plath (La campana di vetro, ma anche i Diari), Goliarda Sapienza (Lettera aperta e Il filo di mezzogiorno in primis). L’elenco è inesauribile in questa sede.
Voto: 3.5/5





Commenti