Vita privata (Vie privée)
- 25 minuti fa
- Tempo di lettura: 2 min
2025, 100min.
di Rebecca Zlotowski
con Jodie Foster, Daniel Auteuil, Mathieu Amalric
Recensione di Valentina Corona
Spoilerometro:

Lilian (Jodie Foster) è una psichiatra stanca, ormai abituata a registrare su audiocassette le sedute dei propri pazienti pur di non ascoltarli davvero. Preoccupata dal fatto che Paula ha saltato tre appuntamenti di fila senza dare spiegazioni, viene a sapere che la donna si è uccisa. Non avendo però mai intravisto nelle parole di lei segni dell’intenzione di togliersi la vita, dopo essersi recata al suo funerale ed essere stata aggredita dal marito, che la ritiene responsabile di quanto accaduto, Lilian si convince che Paula è stata vittima di una morte violenta e comincia a indagare con metodi artigianali.


Il film di Rebecca Zlotowski parte con tutte le carte in regola: c’è il giallo, c’è la componente psicologica, c’è l’umorismo, ma soprattutto c’è una Jodie Foster in stato di grazia, alla prima prova della carriera in lingua francese – padroneggiata perfettamente – nei panni di una statunitense trapiantata a Parigi che di tanto in tanto cade nel code-switching. La trama, però, più di una volta sembra non funzionare, caratterizzata com’è da elementi di inverosimiglianza particolarmente evidenti.
Piuttosto esemplificativa in questo senso è la scena della auto-ipnosi della protagonista, che a metà del film riesce in pochi minuti a catapultarsi in una dimensione onirica, trasformandosi in men che non si dica da professionista rigorosa, assolutamente contraria al ricorso a strategie diverse da psicoterapia e farmaci, a psichiatra capace addirittura di ipnotizzarsi da sola.
Vie privée è un film di intrattenimento, che vira verso la commedia, e come tale va vissuto, senza le aspettative di coerenza narrativa che verrebbe spontaneo riversare su un thriller psicologico di tutto rispetto. Il lungometraggio di Zlotowski appare quindi godibile per gli elementi che ruotano intorno al mistero più che per la risoluzione del mistero stesso: la storia tra Lilian e l’ex marito Gabriel (Daniel Auteuil), il rapporto di Lilian con il figlio, all’insegna di una maternità non ordinaria, il trauma familiare irrisolto che si affaccia sulla scena iniziale – ed è forse in questo modo che va colto il riferimento alla “vita privata” del titolo.

L’elemento più interessante e innovativo risiede sicuramente nel modo in cui la regista francese, che del film è anche sceneggiatrice con Anne Berest (autrice del romanzo La cartolina), delinea la figura della psichiatra-psicologa, che più che somigliare a un’eroina tutta d’un pezzo è vittima dell’astio dei pazienti non guariti (e di quello dei parenti dei pazienti morti).
Non basta però a salvare il film – no, a farlo non bastano nemmeno le incursioni martellanti di Psychokiller dei Talkin Heads!
Voto: 2/5







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