La Grazia
- traumfabrikblog
- 22 ore fa
- Tempo di lettura: 4 min
2025, 133min.
di Paolo Sorrentino
con Toni Servillo, Anna Ferzetti, Massimo Venturiello
Recensione di Mauro Azzolini
Spoilerometro:

È comune provare fastidio per i film di Paolo Sorrentino. La cifra stilistica del regista napoletano, infatti, da sempre incentrata sulla commistione tra atmosfere rarefatte ed eccessi barocchi, tra drammi individuali e precipitazioni grottesche, non conosce mezze misure. L’essenza di questo stile contraddittorio, spesso esplosivo sul piano estetico ma incerto nello sviluppo narrativo, trova una sintesi eccezionale nei dialoghi che riempiono le scene. È in questo spazio apparentemente secondario che si manifesta la vera essenza della sua poetica; frasi perentorie e altisonanti, massime sul mondo e sulla vita tenute insieme da un minimo comun denominatore: la vertiginosa assenza di significato. E non si tratta di una scelta, attenzione. Non è un modo di criticare il tempo in cui viviamo. Sorrentino tenta costantemente di ingannare il proprio pubblico somministrando una profondità inconsistente attraverso aforismi gettati a caso nel tentativo di garantire al proprio cinema una dignità autoriale che non passi solo per le immagini.
C’è uno spazio del reale, però, dove questa vuotezza comunicativa si manifesta. Si tratta della figura del Presidente della Repubblica. È infatti sotto gli occhi di tutti come in Italia le modalità comunicative e la stessa funzione politica del Capo dello Stato si siano svuotate di contenuti negli ultimi anni. Non è stata una rottura radicale, ma piuttosto un processo lento che a partire da Carlo Azeglio Ciampi ha consegnato al paese un’istituzione il cui ruolo è essenzialmente quello di non intervenire sulla sostanza delle cose, ma di limitarsi a elargire perle di presunta saggezza. Come i personaggi dei film di Sorrentino, gli ultimi presidenti appaiono costantemente impegnati a costruire in modo impeccabile il nulla assoluto che vogliono trasmettere.
Non è un caso, allora, che l’ultimo lavoro del regista napoletano ruoti attorno alla figura di un presidente della Repubblica. Un personaggio per il quale non è possibile trovare un referente concreto nella storia del nostro paese, ma nel quale convivono tratti di volti celebri da Giuseppe Saragat a Oscar Luigi Scalfaro, passando Giovanni Leone e Sergio Mattarella.

La storia è quella di Mariano De Santis (T. Servillo), presidente arrivato alle soglie della conclusione del proprio mandato. Gli ultimi sei mesi – il cosiddetto “semestre bianco” – non sono, però, per De Santis un banale periodo di transizione e passaggio di consegne, ma rappresentano una potenziale incrinatura della propria avventura istituzionale. Il punto di caduta si gioca tutto sul piano etico poiché, prima di lasciare il Quirinale, il presidente dovrà scegliere se controfirmare o meno una legge varata dal parlamento sul tema dell’eutanasia e contestualmente dovrà esprimersi su due richieste di grazia pervenutegli.
De Santis, giurista e cattolico rigoroso il cui immobilismo gli è valso il soprannome di “cemento armato”, temporeggia e, nonostante le diverse sollecitazioni, rinvia costantemente la decisione rispondendo «ho bisogno di un ulteriore tempo di riflessione». I tentativi più pressanti di farlo pervenire ad una scelta vengono dalla figlia Dorotea (A. Ferzetti) che, oltre a condividerne la formazione da giurista, lo accompagna pubblicamente dal momento che De Santis è vedovo.

Il legame con la moglie scomparsa è uno dei temi che attraversano il film. Questo rapporto interrotto prematuramente occupa i pensieri del protagonista non solo in ragione dell’assenza della donna amata, ma anche per il dubbio costante suscitato da un tradimento da lei confessato. Il senso profondo della centralità attribuita a questa dimensione privata non va cercato nella rappresentazione dell’emotività del personaggio pubblico; piuttosto, nel suo declinarsi come ancoramento a una realtà che non esiste più, manifesta il legame solido con il passato che definisce De Santis nel suo profilo umano e istituzionale. Questo presidente, radicato nel tempo trascorso, è però capace di interagire con la contemporaneità e a dimostrarlo – nel modo didascalico e fuori dalle righe che finisce per distruggere le poche intuizioni carine di Sorrentino – c’è una passione per la trap tale da portarlo a conferire un’onorificenza niente meno che a Guè (interpretato da se stesso).
È quindi sul piano del rapporto tra passato e presente che viene messa a fuoco la figura di De Santis e che viene offerta una linea evolutiva del racconto, una possibilità di uscita dalla situazione di impasse che sembra dominare lo spazio e il tempo rimasti a disposizione del presidente. Lo spunto è offerto da una domanda della figlia («di chi sono i nostri giorni?») capace di indirizzare nel modo giusto le riflessioni.

Pur avendo perso lo spirito graffiante dei tempi de Il Divo (2008), garantito in quel caso dall’identificazione di nomi, cognomi, date ed eventi, il riavvicinamento al piano del reale rappresentato da La grazia si configura evidentemente come unica possibilità per il cinema di Sorrentino di non abbandonarsi all’autocompiacimento. Lontano dalle morbosità di Parthenope, dal simbolismo esasperato di Youth e soprattutto dalle grottesche velleità felliniane de La grande bellezza, il regista dirige un film più coerente, dove le spinte centrifughe sono poche e quando si manifestano sono prontamente ridimensionate. Le scelte estetiche sono ancora quelle più accattivanti (splendida la fotografia di Daria D’Antonio, giocata sull’alternanza tra i grigi che appiattiscono i ricordi e i toni caldi del presente), ma la rinuncia agli eccessi del passato garantisce un equilibrio inaspettato. Se si tratti di un’opera “di transizione” o solo di un incidente di percorso lo scopriremo in futuro.
Voto: 3,5/5







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