Frankenstein
- traumfabrikblog
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2025, 149 min.
di Guillermo del Toro
con Oscar Isaac, Jacob Elordi, Mia Goth, Lars Mikkelsen
Recensione di Francesco Mosca
Spoilerometro:

Una lettura attenta del Frankenstein di Guillermo del Toro mostra un’opera che ambisce a essere, insieme, omaggio, reinterpretazione e confessione artistica. Il film, presentato a Venezia nel 2025 e distribuito da Netflix nello stesso anno, nasce come progetto coltivato per decenni dal regista, che affronta il mito di Mary Shelley con un approccio profondamente personale, quasi liturgico, come sottolineato dalla critica. Il risultato è un adattamento visivamente sontuoso, tecnicamente impeccabile, ma narrativamente meno saldo, soprattutto nel confronto con il romanzo e con i due capisaldi cinematografici: il film di James Whale del 1931 e quello di Kenneth Branagh del 1994. Del Toro conferma la sua fama di cineasta capace di concepire il cinema come “arte totale”. La fotografia di Dan Laustsen, la scenografia di Tamara Deverell e i costumi di Kate Hawley (tutti elementi centrali nella produzione) costruiscono un mondo gotico che non imita semplicemente l’estetica ottocentesca, ma la reinventa attraverso un filtro espressionista e barocco. Le scenografie, ricche di dettagli organici e materiali, evocano tanto l’Europa decadente del romanzo quanto la sensibilità fiabesca del regista. I costumi, invece, oscillano tra rigore storico e invenzione simbolica, sottolineando la dualità tra vita e morte, scienza e spiritualità, che attraversa l’intero film. Infatti, rispetto al Frankenstein di Whale, che definì l’immaginario iconografico del mostro attraverso un’estetica quasi teatrale, e a quello di Branagh, che puntava su un romanticismo febbrile e sensuale, Del Toro sceglie una via più cupa e sacrale. La creatura interpretata da Jacob Elordi appare come un essere tragico e vulnerabile, costruito con una cura prostetica e digitale che ne esalta la fisicità senza mai renderla artificiale. L’attenzione al dettaglio tecnico è, senza dubbio, uno dei punti di forza assoluti del film.

È sul piano narrativo che emergono le crepe del film. Del Toro dichiara apertamente di ispirarsi al romanzo del 1818, ma la sua interpretazione si allontana spesso dalla complessità psicologica immaginata da Mary Shelley. Nel libro, Victor Frankenstein è un giovane ossessionato dalla conoscenza, divorato dal senso di colpa e incapace di assumersi responsabilità. Nel film, Oscar Isaac interpreta un Victor più maturo, più tormentato e meno impulsivo, ma anche meno coerente: la sua ossessione appare talvolta come un tratto imposto dalla trama più che come un percorso interiore organico. La creatura, nel romanzo, è un essere dotato di eloquenza, sensibilità e capacità filosofica; un individuo che impara a conoscere il mondo attraverso il rifiuto e la solitudine. Del Toro recupera parte di questa dimensione, soprattutto nella relazione con l’uomo cieco (interpretato da David Bradley) , ma la scrittura non raggiunge la profondità del testo originale. La creatura del film è più silenziosa, più simbolica che discorsiva, e questo riduce l’impatto del suo punto di vista, che nel romanzo è invece centrale e devastante. Il film di Whale del 1931 semplificava radicalmente il romanzo, trasformando la creatura in un essere quasi infantile e Victor in uno scienziato folle più che tragico. Del Toro recupera la dimensione tragica, ma non rinuncia a una certa spettacolarità gotica che richiama proprio Whale, soprattutto nelle sequenze di laboratorio e nella costruzione dell’atmosfera. Il film di Branagh del 1994, invece, puntava a una fedeltà emotiva e narrativa più marcata, restituendo alla creatura la sua eloquenza e a Victor il suo narcisismo autodistruttivo. Del Toro sembra collocarsi a metà strada: più fedele di Whale, meno di Branagh, ma con una visione autoriale che sovrasta entrambe le tradizioni. Il problema è che questa visione, pur affascinante, talvolta sacrifica la coerenza narrativa in favore dell’impatto visivo.

La sceneggiatura – firmata dallo stesso Del Toro – è il punto più debole dell’opera. Il film alterna momenti di grande intensità emotiva a passaggi più didascalici, in cui i personaggi sembrano guidati da esigenze simboliche più che psicologiche. Victor e la creatura, che nel romanzo sono due poli speculari di un’unica tragedia, qui risultano meno complementari: il loro conflitto appare più estetico che filosofico, più visivo che morale. La scelta di ridurre la complessità verbale della creatura, pur coerente con la poetica del regista, impoverisce uno dei temi centrali del romanzo: la nascita del male attraverso l’abbandono e la mancata educazione. Allo stesso modo, Victor perde parte della sua dimensione prometeica, diventando un personaggio più passivo e meno responsabile.

Il Frankenstein di Guillermo del Toro è un’opera potente, visivamente straordinaria e ricca di intuizioni poetiche. È un film che respira gotico da ogni poro, che rilegge il mito con devozione e audacia, e che offre interpretazioni attoriali di grande intensità. Tuttavia, la sua scrittura non riesce a sostenere pienamente il peso del confronto con il romanzo di Mary Shelley e con i due adattamenti più celebri. Del Toro costruisce un mondo magnifico, ma non sempre riesce a riempirlo di quella complessità morale e filosofica che rende Frankenstein un’opera senza tempo. Resta, comunque, un film affascinante, imperfetto e profondamente personale: un Frankenstein che parla più di Guillermo del Toro che di Mary Shelley, e che proprio per questo merita di essere visto, discusso e ricordato.
Voto 3/5







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