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Marty Supreme

  • traumfabrikblog
  • 3 giorni fa
  • Tempo di lettura: 3 min

2025, 150 min.

di  Josh Safdie

con Timothée Chalamet, Gwyneth Paltrow, Odessa A’zion, Kevin O’Leary


Recensione di Sofia Magliozzo

Spoilerometro:



Ci sono dei film che sprigionano un’elettricità capace di generare una tensione fisica e percepibile, dando l’impressione di trovarsi di fronte a qualcosa di vivo e potenzialmente pericoloso. Marty Supreme, diretto da Josh Safdie, è uno di questi. Al centro c'è Timothée Chalamet che offre una delle interpretazioni più riuscite della sua carriera nonostante il suo personaggio non sia propriamente il più complesso. 

L’intuizione alla base della pellicola è singolare: Marty, un ragazzo americano, negli anni in cui gli sport di squadra dominano l’immaginario popolare, insegue la gloria del tennistavolo agonistico, nonostante i difficili presupposti alla base. Egli si muove ai margini della legalità, alternando il lavoro nel negozio di scarpe dello zio con partite clandestine, scommesse illegali, truffe e piccole attività illecite. Emblematico, in questo senso, l’episodio delle palline da tennis arancioni. Marty sostiene che durante il gioco, le classiche palline bianche siano difficili da seguire visivamente e che addirittura spariscano a causa delle luci. Per questo vuole far realizzare delle palline arancioni con sopra il suo nome, ma la mancanza di denaro lo porterà a scommettere, barare, giocare d’azzardo e a chiedere somme che non potrà mai restituire. Questa circostanza rivela il vero rapporto di Marty con il denaro: non è un mezzo, ma una promessa futura. Il debito non lo spaventa: per lui è solo il prezzo da pagare per arrivare dove lui è già, almeno nella sua testa.



Safdie tratta questo mondo con la stessa intensità e serietà che altri registi riservano, per esempio, ai ring di pugilato. È in questo mondo fatto di sotterranei angusti, in cui Marty affina la sua tecnica, che il film trova il suo ritmo strutturando la messa in scena attorno al modo in cui interroga il mito dell’ambizione.

L’obiettivo della pellicola non è raccontare quanto possa essere soddisfacente vincere e trionfare, bensì mostrare come la voglia di farcela possa essere sia una motivazione che una trappola. Marty infatti desidera la grandezza non perché gli prometta successo o riconoscimento, ma perché non riesce a immaginarsi in nessun altro modo. 


Con Marty Supreme si compie l'evoluzione naturale dello stile teso e fisico, segnato da un’ansia costante, che il regista aveva messo a punto in Good Time (2017) e Diamanti grezzi (2019). Il ritmo frenetico con cui la macchina da presa segue il giovane giocatore fa sì che le scene si susseguano con la stessa urgenza di chi non può permettersi di rallentare. Anche nei momenti in cui la durata appare più dilatata la pellicola raramente perde la sua energia narrativa. 

C'è anche una complessità nel modo in cui il film si rapporta con il suo contesto storico in quanto accenna a riflessioni sull'identità del dopoguerra, sulla mitologia nazionale e sul rapporto tra individuo e storia senza tuttavia svilupparle appieno. In questo modo la Storia sembra più un dispositivo narrativo che una tematica da approfondire poiché il contesto viene lasciato inesplorato, talvolta sullo sfondo e non integrato nel tessuto del racconto. La tensione che ne deriva rende alcune scelte moralmente ambigue e opache, senza che si chiariscano mai del tutto.



Ciò che rende Marty Supreme uno dei film più riusciti dell’ultimo anno è sicuramente il suo evolversi emozionante. Seguendo l’ascesa del giocatore in questa corsa ostinata al successo fatta di vittorie parziali e costellata di numerosi personaggi che attraversano il suo percorso più come presenze funzionali che come veri punti di riferimento, il film costruisce un progressivo isolamento emotivo.  Questi personaggi vengono incrociati, sfruttati e infine abbandonati da Marty lungo la propria scalata, dando vita a  relazioni rapide e strumentali che finiscono per accentuare la sua solitudine più che attenuarla.



L'ultimo atto riformula gran parte di ciò che lo ha preceduto ammorbidendo il film in modo sorprendente e lasciando spazio alla riflessione. Il finale sembra voler chiedere se una vita costruita interamente sulla fame possa mai lasciare spazio a qualcosa di più autenticamente umano, insinuando nello spettatore una domanda: "cosa resta quando tutto il rumore svanisce?”.


Voto: 4/5

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